Il recupero crediti in Turchia

La Turchia ha il più alto tasso di default dei pagamenti nell’Europa orientale con il 61,1 % delle fatture B2B pagate in ritardo

Instanbul produce circa un terzo del Pil nazionale, assorbe un quarto di tutti gli investimenti pubblici e dispone di un budget di quasi 9 miliardi di dollari.

E’ indubbio che la crescita sia stata sorprendente: dal 2002 al 2017 il Pil è più che triplicato passando da 238 a 851 miliardi di dollari (+7,4% solo nel 2017), ma i nodi sono venuti al pettine: nel 2018 è arrivata la crisi.

Con una svalutazione della lira superiore al 30% nei confronti del dollaro, e il Paese caduto in recessione negli ultimi due trimestri del 2018.

Le stime dell’Fmi indicano una contrazione, nel 2019, del 2,54%. La ripresa dell’economia stimata per i prossimi anni è del +2,5% nel 2020 e del +3% nel 2021.

Rapporti economici Turchia – Italia:

dati del Ministero degli Esteri mostrano come nel 2018 l’Italia si è confermata quinto partner commerciale della Turchia, mentre Ankara per il Bel Paese rappresenta il primo partner nell’area del Medio Oriente e undicesimo partner mondiale.

Nonostante il picco di interscambio sia stato raggiunto nel 2011 con un totale di 21,3 miliardi di dollari statunitensi (USD), le relazioni commerciali sono rimaste salde: nel 2018 si è raggiunto il totale di 19,8 miliardi di USD.

Nello stesso anno gli investimenti diretti esteri ammontavano a 509 milioni di USD, un incremento del 297% rispetto all’anno precedente.

Nel complesso i settori italiani maggiormente coinvolti in Turchia sono quelli della difesa, il settore manifatturiero, quello delle aziende legate allo sviluppo infrastrutturale e alla produzione energetica, e le banche.

Il Paese è in recessione: nel terzo trimestre del 2018 il pil è calato dell’1,6% rispetto al secondo trimestre, e nel quarto è sceso del 2,4% (-3% in termini annui, con consumi privati in calo del 9%).

Ha pesato, tra l’altro, il tentativo della banca centrale di contenere l’inflazione, che ha toccato a ottobre il 25,2% ed è calata a febbraio sotto il 20%.

I tassi ufficiali reali sono quindi pari al 4% circa: ma la pressione del governo sulle banche, spinte a prestare moneta, ha portato i tassi creditizi molto in basso: i mutui, in media, costano oggi il 17% (dal 30 di ottobre).

La Turchia presenta un economia molto interessante: nel 2017 il PIL è cresciuto del 7% rispetto al 2016 ed, entro la fine del 2018 si prevede un incremento del 5,5%.

Mentre fra gli investitori si diffondono le voci di un intervento del Fondo Monetario Internazionale e di restrizioni ai movimenti di capitali, il Paese è preda ad un’instabilità finanziaria che rischia di diventare una vera e propria spirale.

Le Aziende del Paese hanno un’esposizione di 337 miliardi, ovvero 217.3 al netto degli attivi. E ad inizio agosto, la Banca Centrale è stata costretta ad aumentare le disponibilità di liquidità in valuta statunitense per 2,2 miliardi, cercando di togliere pressione alla lira e dare ossigeno alle aziende nel reperire finanziamenti.

Molto male anche i titoli di Stato, con un crollo che ha portato il rendimento decennale al 20%. Pesa un contesto monetario globale cambiato, le scelte di politica estera che ha allontanato i Partner occidentali facendo parlare di un’uscita di fatto dalla NATO, ma ha pesato anche la disputa commerciale con gli USA che ha messo a rischio 1.700 miliardi di dollari di export.

Con un’Inflazione che viaggia sopra il 15%, ai massimi di 15 anni, la prima mossa per calmare gli investitori stranieri in fuga sarebbe un aumento dei tassi d’interesse, a cui tuttavia Erdoğan si è decisamente opposto.

Dunque – oltre all’iperinflazione e all’elevato tasso di disoccupazione – la credibilità della Turchia è messa a rischio dalle tensioni con l’Unione europea e ancora di più con gli Stati Uniti. Di conseguenza, il deteriorarsi del contesto geopolitico ha avuto un impatto negativo sulle esportazioni, provocando anche instabilità finanziaria.

Le imprese stanno registrando una dilazione dei termini di pagamento più protratti nel tempo.

Le aziende turche, infatti, ricorrono in maniera preponderante alle vendite a credito – preferite maggiormente – con termini di pagamento che si aggirano intorno ai 121 giorni, ma che possono salire fino ad una media di 181 giorni per le società di grandi dimensioni.

L’allungamento delle tempistiche riguarda anche i ritardi di pagamento che nel corso del 2017 sono aumentati rispetto agli anni precedenti.

I comparti che hanno accusato i maggiori ritardi sono l’automotive, il tessile/abbigliamento, il retail e i trasporti. A conferma di questo trend il 47,4% delle imprese prevede un ulteriore incremento dei ritardi anche quest’anno.

Alcune aziende italiane hanno incontrato difficoltà nel rispetto dei termini di pagamento da parte delle aziende turche.

I termini, di solito tra i 90 e i 120 giorni, sono stati in alcuni casi dilatati.

Tuttavia non si tratta di una situazione di forte criticità, bensì solo di ritardi. La certezza degli accordi tra le parti non viene  mai messa in discussione.

Dunque, la Turchia ha un alto tasso di default dei pagamenti in Europa orientale con il 61,1 % delle fatture B2B pagate in ritardo.

Le tempistiche di saldo delle fatture da parte delle aziende sono rallentate in modo significativo, e ciò ha portato ad un incremento dell’80% dei fallimenti delle nuove imprese nei primi tre anni di attività.

In un contesto economico-politico del genere, come muoversi in caso di mancato pagamento?

In Turchia, le Aziende hanno l’obbligo di contestare le fatture o la corrispondenza commerciale entro 8 giorni dalla notifica. In difetto, si presume che il destinatario abbia accettato il contenuto della fattura.

Lo stesso principio si applica alle lettere di conferma di trattative commerciali avvenute per telefono o via e-mail.

Seppur negli ultimi anni alcuni fondamentali cambiamenti sono stati fatti in relazione al sistema giudiziario Turco, ci vorrà ancora del tempo per rendere più efficace il sistema legale. In contemporanea con queste modifiche sono stati fatti diversi accordi per risolvere le controversie attraverso la conciliazione e l’arbitrato, oltre ai tribunali ordinari.

Invenium, negli ultimi due anni ha gestito pratiche di Recupero crediti verso la Turchia per forniture di impianti (oil&gas), alluminio, piastrelle e prodotti per la casa per oltre 6 milioni di euro.

Ciò è stato reso possibile grazie alla presenza e all’ausilio dei nostri collaboratori che da oltre 7 anni sono operativi sul territorio turco.

Solo in casi eccezionali e solo dopo aver ottenuto un riconoscimento di debito, si è reso necessario ottenere l’emissione di un decreto ingiuntivo a seguito del quale il debitore ha pagato con un piano di rientro.

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