Recupero crediti esteri

Aumentano i ritardi nei pagamenti e i rischi di insolvenza  a livello globale.

Le piccole e medie aziende italiane sono da considerarsi il pilastro del nostro sistema produttivo; la base da cui partire per accrescere la dimensione media e la competitività dei nostri operatori all’export.

L’Italia è l’economia con il maggiori numero di piccole imprese manifatturiere esportatrici. Il nostro Paese ne conta 33.840 contro i 24.474 degli Stati Uniti e i 23.540 della Germania.

L’Italia è da considerarsi, inoltre, il Paese Ocse con il più elevato export generato dalle piccole imprese manifatturiere (55, 7 miliardi di dollari) davanti a Germania e Spagna.

Non solo, l’export medio delle nostre piccole imprese manifatturiere è tra i più alti in assoluto ed è significativamente maggiore di quello tedesco e americano.

Le nostre PMI sono:

  • Prime per export nel tessile, nell’abbigliamento, nelle pelli- calzature e nei mobili;
  • Seconde nei prodotti a base di minerali non metalliferi, nei prodotti in metallo e nelle macchine e apparecchi meccanici;
  • Terze nei prodotti in gomma e plastica;
  • Quarte nei metalli, negli apparecchi elettrici e negli altri settori manifatturieri.

 

Attraverso un’approfondita analisi della scacchiera mondiale, è possibile fornire alle aziende un quadro di orientamento circa le strade da percorrere per la crescita.

Per la prima volta nella storia, sui mercati extra-Ue le nostre vendite hanno superato nel 2018 la soglia simbolica dei 200 miliardi.

Tuttavia, scorrendo gli ultimi dati Istat non c’è molto di cui rallegrarsi. Il made in Italy ha chiuso il 2018 con una crescita del 3%, dato non disprezzabile se paragonato ad altri indicatori.

Il confronto con il 2017 è comunque desolante. Ad abbassare le medie è stato in particolare il mese di dicembre, che ha visto un calo congiunturale del 2,7% su base annua.

In assoluto si tratta di un miliardo di incassi in meno, esito di un arretramento deciso in particolare sui mercati extra-UE (-5,1%) a cui si è contrapposta un Europa non brillante, in frenata dello 0,3%.

Si è trattato di uno stop legato in parte alla minore tonicità dei mercati internazionali ma acuito dalla difficoltà delle aziende nell’adeguarsi in tempi rapidi alle nuove regole di omologazione.

Gli scambi commerciali mondiali, nel 2019, continueranno a crescere, del 3,6% e l’export made in italy dovrebbe incassare 23 miliardi di euro in più, fino a raggiungere quota 577 miliardi.

Un terzo di questo extra-incasso deriverà dalla vendita di macchinari ma anche il settore della chimica guadagnerà quasi 4 miliardi in più, mentre il tessile e l’agroalimentare metteranno a segno, rispettivamente, una crescita di 2,8 e 2,1 miliardi di euro.

Nonostante i venti di protezionismo, il commercio mondiale saprà mostrare tutta la propria resilienza.

Secondo Euler Hermes, la società di assicurazione del credito del gruppo Allianz, i prodotti delle imprese italiane troveranno terreni fertili soprattutto in Germania, Francia e Stati Uniti, tutti Paesi dove nel 2019 il made in Italy guadagnerà tra i 2 e i 3 miliardi di extra-export.

Anche in Spagna e in Belgio cresceremo, rispettivamente di 1,1 e 0,7 miliardi di euro.

Seppur in crescita, l’Italia l’anno prossimo non sarà fra i campioni dell’export, cioè tra i Paesi che sapranno aggiudicarsi la fetta più grande di esportazioni aggiuntive.

A superarci saranno Cina, Stati Uniti, India, Germania e Olanda.

La mappa dei rischi SACE ha rilevato un mondo con più volatilità, sia sul piano finanziario che geopolitico e le tre destinazioni emergenti risultano essere: India, Africa sub sahariana e Brasile.

Il Brasile è il primo mercato di esportazione nell’America Latina, con il quale abbiamo solide relazioni di interscambio. Si stima che nel 2019-2021 l’export dall’Italia vs il Brasile crescerà del 5,9%. Anche in India l’export dovrebbe aumentare nei prossimi tre anni del 6,7%.

Il dinamico sistema manifatturiero  italiano, formato dalle imprese agganciate al treno dell’export, non teme di sfidare la concorrenza nella grande arena del mercato globale, ma quali sono i Paesi che acquistano più Made in Italy?

La domanda viene rivolta al Dr Claudio Mombelli Ceo di Invenium

“Gli Stati Uniti rimangono in vetta alla classifica dei maggiori importatori del made in Italy; nel 2016 rispetto al 2015 la quota export verso gli USA valeva intorno al +15,4%. Seguono Paesi come il Giappone (+14,2%), Cina (+12,9), Turchia (+7,9%), Svizzera (+7,5%). Bene anche i paesi Mercosur (+5,3%) e l’Area Opec (+4,5%). Peggiorano la Russia e i Paesi dell’Asean che vedono un leggero calo.”

Perché Dr Mombelli stanno aumentando i rischi di insolvenza a livello globale?

“Tensioni geopolitiche (pensiamo a Paesi come il Brasile o l’Egitto), volatilità dei prezzi delle materie prime, barriere protezionistiche e concorrenza cinese sono tutte concause che metteranno a dura prova le aziende più fragili anche nel 2017. Questa situazione ha già iniziato a causare un incremento sostanziale delle insolvenze anche nel 2016.”

Qualche esempio?

“In africa le insolvenze, nel 2016, sono aumentate del 16% mentre in America Latina del 18%. Anche in UE la situazione è – sebbene più contenuta – in peggioramento. Francia, Germania e Regno Unito (tra il -3% ed il -5%). Turchia e Rep. Ceca (tra il -9% ed il -10%); Spagna -15% e Brasile -24%. Corea -23%

Insomma gli esportatori devono sempre più confrontarsi con un problema che, un tempo era prerogativa del nostro Paese, ovvero il rischio di insolvenza su scala globale. Un tempo si riusciva a vendere con garanzie, (lettere di credito irrevocabili) oggi, la concorrenza sempre più agguerrita costringe le aziende a vendere sopportando qualche rischio in più.”

Ma come tutelarsi?

“Intanto prevenire il problema con un’analisi puntuale della clientela ed un monitoraggio costante, poi una contrattualistica “a tenuta”, soppesando, inoltre, e stimando l’ipotetico rischio di default della controparte, infine considerando il rischio Paese e Sistema giudiziario. “

In che senso Rischio giudiziario?

“Nel senso che un’azienda può aver venduto ad un ottimo cliente ad esempio in Egitto o in Arabia Saudita o anche in Turchia o in Ucraina o in India se, però paga diventa piuttosto complicato adire le vie giudiziali per la scarsa equità dei tribunali locali. Nei Paesi islamici la Shari’a le cui fonti sono il Corano e la Sunna (piccoli aneddoti sulla vita del Profeta).”

E allora Dr. Mombelli, cosa fare per recuperare un credito in Paesi di diritto emiratino?

Affidarsi ad una Società qualificata con una rete di Professionisti locali in grado di negoziare secondo le tecniche ADR, evitando il ricorso ai Tribunali.

Spesso ciò comporta la riduzione delle pretese e quindi l’accettazione di uno sconto e di conseguenza di un accordo transattivo, ma almeno si risolve, in fretta ed in modo positivo, una controversia altrimenti difficilmente gestibile per le vie tradizionali.

Per saperne di più guarda il nostro video istituzionale