Il recupero crediti nel settore del vino

Incassi record per il vino italiano, vanno però tenuti sotto controllo 3 aspetti che rappresentano altrettanti rischi

Il settore vinicolo italiano è tradizionalmente uno dei settori più rilevanti nell’economia del Paese.

Secondo Coldiretti, la filiera del vino coinvolge circa 310mila aziende agricole e conta quasi 46mila aziende vinificatrici.

Nel 2017 sono stati prodotti circa 40 milioni di ettolitri di vino italiano, ovvero il 26% in meno rispetto all’anno precedente.

La produzione ha però raggiunto un maggior livello in termini qualitativi: il 70% è dedicata a vini certificati DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), DOC (Denominazione di Origine Controllata) e IGT (Indicazione Geografica Tipica), mentre il restante 30% è dedicato a vini da tavola.

La qualità e la fama dei vini Made In Italy in tutto il mondo permettono al settore vinicolo italiano di poter fare affidamento sugli introiti provenienti dalle esportazioni.

Secondo l’analisi di Coldiretti, condotta sulla base di dati Istat sul commercio estero, l’export del settore vinicolo raggiunge un nuovo record, registrando a gennaio 2018 un +13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Con oltre sei miliardi di vendite all’estero, l’Italia detiene un quinto di tutte le esportazioni mondiali del settore.

Siamo, inoltre, il terzo mercato al mondo per consumi, con oltre 21 milioni di ettolitri all’anno. E anche il fatturato 2017 del settore è cresciuto del 2,7% fino a raggiungere quota 11,3 miliardi di euro.

Sia la crescita dei consumi che quella dell’export è in linea con i trend globali del settore: negli ultimi 15 anni i consumi globali di vino sono aumentati da 228 a 242 milioni di ettolitri, con una crescita nel 2017 del 6,1%.

Nel primo trimestre del 2018 i vini spumanti crescono di circa 40 milioni di euro, o il 15%, nonostante la crescita dei volumi sia in costante attenuazione, circa +3% nel trimestre.

Il Prosecco resta il principale driver di crescita, circa i ¾, ma anche i dati dell’Asti, pur in un contesto di bassissima stagionalità sono buoni.

Ma, in generale, dal campione di 140 società italiane con oltre 25 milioni di fatturato analizzato nel Rapporto, emerge che a partire dal 2016 il fatturato è aumentato  soprattutto grazie al mercato internazionale (+6,6%) e al risveglio di quello domestico (+5,3%).

Il maggiore sviluppo è realizzato dagli spumanti (+13,6%), grazie sia all’estero (+13%) che al mercato nazionale (+14,1%), mentre i vini non spumanti si fermano a +4,4%.

Lo studio, presentato in occasione del Vinitaly, ha rivelato che quasi la metà delle esportazioni italiane di vino partono dal Triveneto.

In particolare, il 35,5% delle esportazioni proviene dal Veneto, l’8,9% dal Trentino Alto Adige e l’1,9% dal Friuli Venezia Giulia.

Inoltre, i vini certificati DOP (Denominazione di Origine Protetta) delle tre regioni rappresentano il 41% del totale delle DOP nazionali, con un peso del Prosecco DOP pari al 23,5%.

Per quanto riguarda i mercati di riferimento di questi prodotti, per i vini bianchi DOP del Veneto il primo mercato è quello tedesco, a cui sono destinate il 35,4% delle esportazioni.

Sono 104 le maggiori case vitivinicole italiane presenti nella classifica 2017.

Prima tra tutte, con un indice del 53,45% la Tenuta San Guido del marchese, produttrice del rosso Sassicaia, tra i vini più quotati al mondo.

Il secondo posto è ancora una volta, della Marchesi Antinori, con un rapporto del 46,11% che cresce di 4 punti rispetto allo scorso anno, a fronte di un fatturato che ha superato i 200 milioni, sei volte a quello della prima della classe.

Al terzo posto, con un indice del 36,3%, la cantina siciliana della famiglia Cusumano, seguita dalla Marchesi Frescobaldi, con il 32,86%.

Alta redditività anche per il gruppo veneto Santa Margherita.

Si consolidano al sesto e settimo posto Castellani e Ruffino, mentre sale all’ottavo, trainata da una crescita di tre punti, Guido Berlucchi, la maggiore azienda della Franciacorta.

La top ten della redditività si chiude a quota 23% con Agricola San Felice.

Non è tutto roseo, però il mondo del vino italiano. Analizziamo nel dettaglio i tre fattori di maggior preoccupazione

Primo rischio (misure protezionistiche)

Il settore infatti, è molto allarmato dalla possibilità che le misure protezionistiche minacciate dalla nuova amministrazione Trump e la Brexit possano mettere in discussione il proprio primato.

L’alternativa agli accordi commerciali, infatti, è la giungla, e senza regole molte cantine (soprattutto quelle più piccole) sarebbero molto penalizzate.

Secondo rischio (riduzione dei margini)

Nonostante i dati complessivi riguardanti il settore enologico siano positivi, la maggior competizione ha ridotto i margini ed è cresciuto il numero delle aziende che sono più vicine alla soglia di insolvenza. Le cantine più piccole, infatti, spesso si trovano a dover gestire crisi di liquidità che non consentono una gestione equilibrata e una programmazione di medio-lungo respiro

Terzo rischio (trade & credit risk o rischio di insolvenza)

L’insolvenza oramai è sempre più diffusa anche a livello internazionale: un fenomeno che causa gravi ripercussioni nell’area finanziaria con un aggravio di costi amministrativi e la necessità di ricorrere in maniera significativa al credito bancario. Ritardi, insolvenze e procedure concorsuali rappresentano infatti una tematica sempre più rilevante che richiede un approccio sistemico e strutturato e non occasionale

Per questi motivi, è preferibile avere al proprio fianco, in via continuativa,  un Partner affidabile ed esperto per quanto riguarda la gestione del credito: negli ultimi anni, Invenium sta assistendo diverse Imprese vinicole attraverso il ricorso alle tecniche alternative di risoluzione delle controversie, sia in Italia che soprattutto in ambito internazionale.

 

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