Il recupero crediti nel settore della meccanica

Aumentano le insolvenze a livello internazionale

Calo dei ricavi del 30% nel settore della meccanica

Da un sondaggio realizzato tra gli associati di Federmacchine, è emerso un calo di fatturato 2020 nell’ordine del 30%, pari a circa 15 miliardi di vendite.  Gli ordini sono deboli, la filiera dell’auto è in difficoltà mentre molti mercati importanti, come ad esempio all’America Latina, stanno entrando ora in un periodo complicato.

Stime non dissimili vi sono per il comparto delle macchine utensili, con le associazioni di robot di tutta Europa a prevedere cali dei ricavi nell’ordine del 20-30%. Nel 2021 si prevede un rimbalzo ma solo l’anno successivo si potranno recuperare i volumi dello scorso anno e questa è una previsione di tutta Europa.

La debolezza della domanda internazionale rappresenta evidentemente un problema per un macro-settore che proprio nell’export ha il maggiore punto di forza, realizzando oltreconfine quasi il 70% dei propri ricavi e offrendo alla bilancia commerciale nazionale un contributo positivo di oltre 33 miliardi, il record per un singolo settore. Valori messi a rischio non solo dalla caduta degli investimenti ma anche dalle difficoltà aggiuntive nella mobilità delle persone, in questo caso dei tecnici e del personale commerciale.

Nella macroarea da 1,6 milioni di addetti e 430 miliardi di ricavi è stata ammessa a produrre per decreto solo un’azienda ogni dieci. Lo stop è diventato insostenibile e i clienti esteri iniziano a rivolgersi altrove. Un miliardo e settecento milioni al giorno. In termini di ricavi persi il bilancio è pesante perché l’area vasta della meccanica è certamente la più colpita in termini di restrizioni a produrre, largamente assente dall’elenco dei codici Ateco ammessi ad operare.

Tra acciaio e fonderie, dadi e bulloni, valvole e rubinetti, impiantistica e automazione, componentistica, elettronica-elettrotecnica e mezzi di trasporto, solo il 9,5% delle aziende può lavorare, appena il 14,5% dei lavoratori del settore, realtà che comunque riescono ad operare solo a scartamento ridotto.

La meccanica è l’asse portante della manifattura: 105mila aziende (un numero che include i laboratori artigiani, mentre le imprese associate a Federmeccanica sono 16mila), 1,6 milioni di addetti, 500 miliardi di euro di fatturato, 100 miliardi di valore aggiunto e 220 miliardi di export (con un attivo di 60 miliardi, essenziale per riequilibrare la bilancia commerciale italiana).

Il settore della meccanica incide per l’8,1% sul valore aggiunto dell’intera economia e per il 47,7% su quello dell’industria manifatturiera; per il 6,1% sull’occupazione italiana e per il 42,2% su quella della manifattura; per la metà delle esportazioni nazionali.

Nel terzo trimestre dello scorso 2019, comunque in frenata, l’export dei distretti industriali italiani è cresciuto (+1,4%), arrotondando il bilancio dei primi nove mesi e toccando la cifra record di 93,2 miliardi, quasi 1,8 in più rispetto al corrispondente periodo.

Il che, in presenza di importazioni deboli, si è tradotto in un deciso rafforzamento dell’avanzo commerciale, salito a 57,6 miliardi di euro (+3,2%). Numeri ancora relativamente buoni perché realizzati in una fase di incertezza e di tensioni internazionali che coinvolgono i maggiori mercati.

Le nostre merci hanno guadagnato quote di mercato nel mondo, confermando la competitività del sistema. La performance favorevole delle esportazioni distrettuali è dunque influenzata da eventi singoli, conseguenza di condizioni di domanda estera particolarmente difficili.

Al venire meno della spinta di due importanti motori di crescita come Germania e Cina (e prima ancora della Russia), si sono registrati rilevanti cali in Turchia e Iran, dove hanno pesato le tensioni geo-politiche, e in Polonia, dove la frenata tedesca ha condizionato in negativo la nostra meccanica. Tuttavia, questo scenario positivo è decisamente mutato nel giro di un mese. L’epidemia da Covid-19 e soprattutto le misure di contenimento adottate hanno generato delle importanti e notevoli limitazioni.

Secondo la stima di Federmeccanica, elaborata analizzando l’elenco dei settori a cui il Governo ha consentito di rimanere aperti, il 93% delle imprese metalmeccaniche ha chiuso, l’88% dei lavoratori non è più in fabbrica e l’80% dell’export generato da queste linee produttive svanisce.

 Nel caso più favorevole, quello in cui la crisi sanitaria si risolva in 3- 6 mesi, la probabilità media di fallimento salirebbe di due punti, passando dal 4,9% al 6,8%, con una parallela contrazione dei margini, dal 6,1% al 4,2%.

La situazione di crisi – ma anche l’effetto psicologico della pandemia, e il timore degli imprenditori di non poter affrontare adeguatamente i prossimi mesi – sono alla base di un ingente numero di richieste di proroga dei termini di pagamento o, più semplicemente, di mancati pagamenti. Anche aziende strutturate stanno affrontando con difficoltà questa situazione di emergenza.

Il bilancio del 2017

Deludono i risultati pervenuti dall’ultima rilevazione Eurostat circa la produzione industriale italiana, mentre resta positiva l’intera filiera meccanica, con i mezzi di trasporto in crescita del 5% (+6,3% per le auto) e i prodotti in metallo a 3,7%.

Leggermente inferiore rispetto alle attese è il dato per macchinari e attrezzature, in costante accelerazione nei mesi precedenti (+5,7% ad ottobre) e ora in grado di crescere solo del 2,7%, in linea con la performance dell’intero 2017.

recupero crediti settore meccanicaLa filiera meccanica continua a trainare sempre più in alto le medie di fatturato e gli ordinativi industriali. Il bilancio 2016 risulta parecchio lusinghiero per il settore delle macchine utensili, con una produzione in crescita del 6,4% pari a 5,5 miliardi di euro.

Da inizio 2017 il bilancio è stato di gran lunga positivo. Le consegne sul mercato interno sono salite del 25,7%, una quota di 2,3 miliardi e con prospettive molto interessanti.   Su base semestrale l’indice degli ordini ha segnato un incremento del 9,9%: gli ordini esteri sono cresciuti del 5,6%, gli ordini interni del 24,8% rispetto ai primi sei mesi del 2016.

Progressi rilevanti sono visibili in vari comparti: i macchinari per piastrelle hanno una crescita pari al 60% mentre per le macchine utensili, gli ordini nazionali, tra gennaio e marzo, lievitano di oltre il 22% avvicinando i massimi pre-crisi. Situazione non dissimile per i macchinari da fonderia (+15%/20%).

Nello scatto dei macchinari è visibile, anche, una forte componente domestica, con gli ordini nazionali lievitati a luglio del 18,8% esattamente in linea con la performance oltreconfine.

L’export italiano avrà una crescita moderata nei prossimi quattro anni, a un tasso medio annuo del 3,7%, fino al raggiungimento nel 2019 del valore di 480 miliardi di euro: è quanto emerge dall’ultimo Rapporto Export di SACE (Gruppo Cdp) che stimola le imprese esportatrici a reagire e competere sui mercati internazionali, seppure in un’era ad alta complessità.

Secondo dati Istat, nel primo semestre del 2017, l’export italiano è salito dell’8,9%, rendendo l’Italia terzo partner commerciale europeo.

Come gestire il rischio insolvenza nel settore della meccanica

A fronte di questa crescita esponenziale, tuttavia, occorre però tenere sempre monitorato il proprio portafoglio crediti perché il rischio insolvenza è dietro l’angolo, sempre più diffuso anche a livello internazionale.

Ritardi, insolvenze e rischi di procedure concorsuali rappresentano infatti una tematica sempre più rilevante che richiede un approccio strutturato e non occasionale.

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