Il recupero crediti in Italia

Decreti ingiuntivi senza passare dal giudice, come  recuperare un credito in Italia?

– La durata dei pagamenti in Italia:

Processi civili e penali fra i più lunghi d’Europa e numero di giudici di molto inferiore alla media.

E’ questo il quadro italiano che risulta dal settimo rapporto della Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (Cepej).

Nonostante i progressi conseguiti dal 2010 al 2016, la situazione dell’Italia è ancora molto pesante: nel 2016, la durata media di un procedimento civile- commerciale è stata di 514 giorni, superata solo da Grecia (610) e Bosnia-Erzegvina (574).

Anche nel penale i miglioramenti non sono bastati a farci perdere il primato nella lunghezza dei procedimenti di primo grado.

In campo civile e commerciale, solo in Grecia i processi durano più che in Italia.

La capacità dei tribunali di chiudere, ogni anno, un numero di procedimenti superiore a quello delle iscrizioni, ha portato a una riduzione dei tempi, scesi (dal 2012 al 2016) da 590 a 514 giorni per il primo grado e da 1.161 a 993 per il secondo.

Il gap è evidente se si guarda alla durata media : 233 giorni in primo grado, 244 in secondo e 238 nell’ultimo.

Anche nel penale, pur migliorando la situazione, i processi in Italia con una durata media per il primo grado di 310 giorni, sono i più lunghi d’Europa. Nel secondo grado, invece, si arriva a 876 giorni. Dati più positivi solo per l’ultimo grado in cui i 191 giorni italiani sono molto più vicini alla media di 143.

-Fallimenti e chiusure d’aziende:

Secondo l’Osservatorio fallimenti di Cerved Group (società di analisi dei dati di impresa e di rischio creditizio) per la prima volta in oltre dodici anni fallimenti e chiusure di aziende nostrane sono tornate ai livelli pre-crisi del 2005, calando da Nord a Sud.

Nel 2017 sono state 93mila le imprese che hanno avviato procedure di default o di uscita volontaria dal mercato. Un dato in calo del 5% rispetto all’anno precedente.

Per la prima volta, dal 2010, i fallimenti semestrali sono scesi al di sotto delle 6 mila unità (-3,6%), consolidando un trend di recupero, avviatosi da qualche tempo.

La flessione è maggiormente evidente per quanto riguarda i fallimenti (-11,3%) e i concordati preventivi (-29%).

Differenze minori per quanto concerne le liquidazioni volontarie (-4%).

Mentre viaggiano in controtendenza le procedure di amministrazione controllata, che fanno segnare un aumento del 46 %.

Ad offrire il contributo più significativo è l’industria, riducendo i fallimenti semestrali del 10,7% e avvicinando valori assoluti toccati nel 2009 per l’ultima volta.

Il miglioramento si è consolidato soprattutto nel secondo trimestre, che ha registrato per tutti i settori solo 2994 casi, il 6,1% in meno rispetto al periodo corrispondente.

Notevole è il distacco rispetto ai periodi bui della crisi, come il secondo trimestre del 2014, periodo in cui quasi 4200 aziende furono costrette a portare i propri libri in tribunale.

Guardando al periodo gennaio-giugno, per i servizi siamo ancora a livelli più che doppi rispetto al 2009, il commercio e a +58%, l’edilizia al +41%.

Tuttavia, l’inversione di rotta è visibile in tutti i settori.

Più frastagliato il quadro in termini regionali, dove le regioni manifatturiere si muovono a velocità diversa:

  • Veneto ed Emilia-Romagna vedono per i default un calo a doppia cifra;
  • Lombardia e Piemonte oscillano attorno alla parità;
  • Sicilia, Calabria e Basilicata sono le uniche regioni a presentare numeri in crescita percentuale ancora significativi. Sicilia +7,9%, Calabria +25,2%;

A luglio l’indice di fiducia delle imprese, registrato dall’Istat resta sostanzialmente stabile, non distante dai massimi pluriennali attorno a cui oscilla ormai da tempo.

Segnali negativi provengono dal settore dei servizi e del commercio al dettaglio dove l’indice diminuisce, mentre l’indicatore resta stabile nel comparto manifatturiero.

Il settore delle costruzioni, invece, resta fortemente positivo, toccando un nuovo massimo da dieci anni.

Qual è la situazione riguardante la puntualità dei pagamenti?

Il primo trimestre del 2019 ha visto uno scivolamento delle abitudini verso ritardi maggiori: il 6% in più rispetto allo scorso anno per ritardi oltre i 30 giorni, il 2,5% in più per quelli contenuti entro il mese.

Per converso, i saldi in linea con quanto pattuito si riducono di oltre il 5%.

Dai massimi di fine 2011, quando quasi un’azienda su due riusciva a saldare per tempo, il deterioramento del quadro è evidente e anche se il biennio 2013-2014 è lontano, il livello attuale per i saldi oltre i 30 giorni è ancora più che doppio rispetto ai livelli pre-crisi.

Le lungaggini per pagare i propri debiti rappresentano uno dei primi indicatori di difficoltà del sistema, anche se le medie in questo caso sono espressioni di ampie distanze nei comportamenti, sia sotto il profilo geografico che settoriale.

Le complessità geograficamente crescono al Sud, in termini settoriali è il commercio al dettaglio ancora una volta l’area in maggiore difficoltà.

Qui i ritardi gravi raggiungono il massimo, il 17% ben oltre la media nazionale, mentre a saldare per tempo è solo un quarto del campione.

Migliore, invece, il quadro della manifattura che solo nel 7,9% dei casi accusa ritardi oltre i 30 giorni e paga in modo corretto 4 casi su 10.

Nello stesso periodo anche gli investimenti si sono ridimensionati: quelli privati sono scesi di 3,2 punti percentuali del PIL, mentre quelli pubblici sono diminuiti di 0,5 punti percentuali.

Come recuperare un credito in Italia?

Ai sensi dell’art. 2946 c.c , il termine ordinario di prescrizione per far valere un diritto in giudizio è di 10 anni.

L’istituto dell‘ingiunzione di pagamento è disciplinato agli art. 633-656 c.p.c.

Per ottenere tale provvedimento, il creditore deve proporre ricorso innanzi al Giudice di Pace, se il valore della causa non è superiore ai 5.000€, o al Tribunale competente.

Per ottenere un’ingiunzione di pagamento, il creditore ha l’onere di produrre documentazione comprovante l’esistenza del diritto.

Entro 30 giorni dal deposito del ricorso, il giudice, in caso di accoglimento della domanda, emette il decreto ingiuntivo, ordinando al debitore di pagare la somma entro 40 giorni dalla notificazione.

Il ricorso, oggi, è presentato dal creditore al giudice civile, che verificata l’esistenza dei presupposti procede con l’emissione del decreto sulla base di una formula già predisposta in calce allo stesso ricorso.

Attualmente è in corso l’esame di un Disegno di legge che modifica il procedimento per l’ottenimento del decreto ingiuntivo, presso la Commissione Giustizia del Senato .

Con questa riforma salta l’intermediazione giudiziaria: va ad eliminarsi il passaggio dal giudice civile per l’emissione del decreto, ritenuto nella legge non necessario, in quanto si tratterebbe di “una mera verifica cartolare” che non richiederebbe l’intervento giurisdizionale.

Il disegno di legge prevede che l’avvocato difensore del creditore possa emettere i decreti ingiuntivi senza più bisogno del giudice.

Il creditore di una somma di danaro potrà, quindi,  affidarsi ad un avvocato che, verificati sommariamente i presupposti, emetterà un’ingiunzione di pagamento da notificare al debitore. Quest’ultimo avrà 20 giorni (non più 40 come oggi) per opporsi, e in mancanza di opposizione si procederà con esecuzione forzata.

Così, l’ingiunzione di pagamento emessa dall’avvocato non sarà provvisoriamente esecutiva perché l’inserimento della clausola resta prerogativa dell’autorità giudiziaria.

Il legale munito di procura rilasciata dal suo cliente farà quello che oggi fa il giudice  ovvero dovrà accertare se sussistono le condizioni di legge (ed i requisiti) per l’emissione del decreto.

A questo punto, la procedura ordinaria ha inizio con atto di citazione, notificato al convenuto e depositato presso la cancelleria competente entro i 10 giorni successivi.

L’impugnazione della sentenza di primo grado può essere proposta di fronte alla Corte d’Appello competente entro 30 giorni dalla sua notificazione o, in difetto, entro 6 mesi dalla sua pubblicazione.

L’accodo stragiudiziale è una soluzione che garantisce la stessa trasparenza del ricorso al tribunale ma più vantaggioso per il creditore e debitore in quanto fa risparmiare tempo e denaro.

Si prende contatti con il debitore e gli si prospetta la possibilità di evitare un’aggressione giudiziale, spiegando i rischi ed i costi a cui andrà incontro.

Ad esempio, in caso di soccombenza, il debitore si vedrebbe pignorati i propri conti correnti con la conseguente revoca degli affidamenti, la segnalazione in CR della Banca d’Italia ed un concreto rischio di chiusura dell’attività.

In presenza quindi di un credito certo, liquido ed esigibile, ma anche se si trattasse di un credito litigioso, il ricorso alla via extragiudiziale è sempre consigliabile per i tempi rapidi ed i costi contenuti.

Certamente sarà necessario negoziare duramente con il debitore e cercare di convincerlo del vantaggio a pagare con una transazione o con un piano di rientro piuttosto che costringere il creditore ad emettere un decreto ingiuntivo con un successivo aggravio di costi per la parte soccombente.

Ma i più convinti dell’azione extragiudiziale dovrebbero essere proprio gli imprenditori ed invece solo un’esigua parte degli stessi si rivolge a società come Invenium specializzate nell’assistere le PMI nell’attività di recupero dei crediti.

Il problema è di tipo culturale ed in Italia, rispetto ad esempio al Regno Unito – dove tra l’altro la giustizia funziona molto bene e un’azienda su due si rivolge alle società di credit collection – solo un’Impresa su 10 valuta positivamente l’azione di recupero extragiudiziale.

Forse una delle più rilevanti barriere all’approccio extragiudiziale è la presenza in Italia di 237 mila avvocati, gran parte dei quali sopravvive proprio grazie alla polverizzazione del contenzioso civile che genera ogni anno 4,5 milioni di controversie.

La lunga durata delle cause ed il loro assurdo spezzettamento in tante inutili udienze è funzionale alle esigenze di studi professionali molto piccoli che non reggerebbero l’urto di una nuova mentalità orientata per l’appunto alla conciliazione piuttosto che al tradizionale ricorso ai tribunali.

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