Il recupero crediti nel settore della Moda

Quello della moda è uno dei settori più colpiti dalla crisi economica sia in termini di volume d’affari sia in termini di tempi di pagamento più lunghi o insolvenze sistemiche

Per il sistema moda italiano, la seconda manifattura più importante del Paese che conta 67mila aziende con 580mila dipendenti, i risultati del primo trimestre 2020 sono in profondo rosso e pesantemente influenzati dalle conseguenze della pandemia globale di Covid-19.

Il quadro critico arriva dal Centro Studi di Confindustria Moda, che ha raccolto i segnali di numerose aziende dei settori rappresentati (dall’abbigliamento ai gioielli, dalle calzature alla concia) e da cui emerge che il calo della raccolta ordini è stato superiore al 40% nel trimestre gennaio-marzo 2020. Un crollo che ha avuto “riflessi sia sulla quote di export, in diminuzione del 9%, sia sulla richiesta di ore complessive di Cig autorizzate dall’Inps per i settori aderenti a Confindustria Moda, che ha raggiunto la cifra record di circa 98 milioni.

Le basi che, pur con molta cautela, inducono all’ottimismo sul rilancio non mancano perchè l’industria del bello e ben fatto Made in Italy negli ultimi anni ha costantemente accresciuto e consolidato la leadership sui mercati esteri soprattutto nella fascia alta dei consumi.

Ha mantenuto la caratteristica di filiera produttiva che, grazie al know how dei distretti industriali, ha calamitato in Italia anche insediamenti produttivi stranieri.

Basta fare un passo indietro, guardando ai risultati 2019 che tracciavano uno stato di salute ancora “molto buono”: il fatturato, sempre secondo Confindustria Moda, in crescita a 97,9 miliardi di euro, l’export pari a 67,8 miliardi di euro ed un saldo commerciale pari a 32 miliardi di euro.

Non poteva esserci periodo dell’anno più complicato per fronteggiare un’interruzione delle attività produttive e commerciali per la lunga e complessa filiera del settore tessile-moda-abbigliamento, un comparto da 95,5 miliardi di fatturato, composto di 66mila imprese e che dà lavoro, direttamente, a circa 600mila persone.

La maggior parte dei negozi di moda italiani non si trovano nelle strade dello shopping di lusso di Milano, Roma, Venezia, Firenze, bensì nelle piccole città e hanno una clientela in gran parte locale.

Nell’ultimo decreto ci sono limitazioni anche per l’e-commerce di imprese sotto i 10 milioni di fatturato.

Al Governo Camera Buyer chiede alcune misure tra le quali: defiscalizzazione di tutte le entrate provenienti da vendite digitali, contributo del 50% sulla costruzione di team digitali e di creazione dei contenuti digitali, premio all’esportazione.

IL BILANCIO DEL 2018- 2019

Un anno in salita, il 2018, con un giro d’affari in aumento del 2,1% a 55,2 miliardi di euro e un inizio d’anno a segno meno: tra gennaio e marzo 2019, infatti, le aziende hanno evidenziato un calo del fatturato del -2,8% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Il settore tessile-moda made in Italy (che esclude gli accessori) sta vivendo un momento di incertezza e di confusione, stretto tra un bilancio preliminare positivo per lo scorso anno e un primo trimestre 2019 chiuso in difficoltà soprattutto dal segmento abbigliamento-moda (-4%), con il tessile a -0,7%.

L’andamento del primo trimestre 2019 ha confermato la flessione, ormai consueta, del mercato interno (-6,6%) e ha mostrato una crescita “ridotta” delle esportazioni (+0,9%) che da anni sono ormai il vero motore del settore.

Il rallentamento delle esportazioni è il riflesso della battuta d’arresto registrata nell’area Euro (-0,1%), con la Germania, primo mercato del tessile-moda   , a -0,7% e la Spagna a -2,2 per cento.

Un rallentamento dell’export si era già registrato nel 2018, chiusosi, comunque, con segno positivo: le vendite all’estero, infatti, avevano messo a segno un +2,8%, sfiorando i 31,5 miliardi di euro, con il valle della filiera (+3,7%, a quasi 6,4 miliardi di euro) decisamente più veloce del monte (+1,1%).

La performance negativa nell’Europa a 28 è stata bilanciata dalle vendite extra Ue che hanno messo a segno un +6,4 per cento. Nel dettaglio, sono state particolarmente positive le performance della Cina (+23,6%) e Corea del Sud (+11,4%).

La crescita a doppia cifra della Svizzera – sede degli hub di alcuni gruppi internazionali del lusso – testimonia l’interesse sempre maggiore alle produzioni italiane, anche se commercializzate con etichette straniere.

Se si confrontano le proiezioni sul 2018 con quelle degli anni precedenti, lo scenario assume toni differenti, che rispecchiano un’incertezza diffusa tra più settori: i tassi di crescita del fatturato delle esportazioni del settore moda, si sono dimezzati rispetto a quelli registrati nel 2017.

All’epoca i ricavi erano cresciuti del 3,9% mentre l’export aveva messo a segno un + 5,2%.

A pesare sono le performance di alcuni mercati: l’area Ue -che assorbe il 47,2% del valore delle esportazioni- nei primi 10 mesi del 2018 è rimasta sostanzialmente stabile con segnali positivi in arrivo da Francia, Germania e Regno Unito.

Situazione migliore, invece, quella fuori dai confini europei con la Cina e la Corea del Sud, tra i Paesi migliori in termini di performance

Il complesso manifatturiero rappresentato da Confindustria Moda vede attive sul territorio nazionale 66.751 aziende, in grado di occupare quasi 581 mila addetti.

In corso d’anno le aziende hanno assistito ad una flessione del -0,9% (corrispondente a –624 unità), mentre gli addetti risultano caratterizzati da una lieve dinamica di segno positivo (+0,1%).

Nonostante sia stato verificato un saldo commerciale positivo per il 2018, quello della moda resta un settore debole alla crisi.

Le famiglie continuano a tagliare i loro acquisti con la conseguenza che sono sempre più numerosi i negozi del fashion e della moda   che hanno dovuto chiudere i battenti.

La crisi dei retailer si ripercuote su tutta la filiera dell’abbigliamento e del tessile, sia in termini di volume d’affari (minore fatturato) sia in termini di tempi di pagamento più lunghi o insolvenze sistemiche, che vanno a intaccare la solidità finanziaria delle aziende produttrici, che in un periodo di credit crunch come il presente, può mettere in crisi il comparto.

Invenium, dalla fine degli anni ’90 rappresenta una delle maggiori organizzazioni specializzate nel recupero e nella gestione dei crediti, sia in ambito nazionale che internazionale.

Grazie ad una rete di oltre 100 corrispondenti esteri, presenti in 105 Paesi, siamo in grado di offrire una consulenza internazionale e sviluppiamo un approccio mirato e su misura per ogni cliente nell’ambito del deconsolidamento dei crediti.

L’ADR (Alternative Dispute Resolution) è l’approccio che prediligiamo rispetto al classico ricorso alla giustizia ordinaria, per la sua velocitàefficacia e per i costi inferiori.

Il ricorso alle tecniche alternative di risoluzione delle controversie, per le imprese può anche costituire uno strumento per mantenere la reputazione commerciale e la fiducia dei clienti, oltre a offrire il vantaggio di un approccio mirato su misura delle singole controversie.

A livello internazionale si sottolinea che tale sistema va gestito solo da legali specializzati ed in grado di offrire un presidio diretto alla controversia.

Negli ultimi anni inoltre, per fare fronte all’aumento nei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali in Europa, è stato istituito il Procedimento Europeo di ingiunzione di pagamento, al fine di consentire una più agevole procedura di recupero dei crediti all’estero non contestati, in caso di controversie transfrontaliere di natura civile e commerciale.

In Italia ed in altri Paesi europei, come la Francia, viene proposto, una metodologia di recupero dei crediti particolarmente efficacie “ Cash Marathon” che, in 14 settimane , con un team di Professionisti dedicati in esclusiva, è in grado di gestire e risolvere in modo proattivo un portafoglio di crediti deteriorati.

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