Dati sul Recupero crediti e rischio insolvenza all’estero

Insolvenze aziendali a rialzo a livello globale

Un anno a passo ridotto ma un 2019 iniziato a buon ritmo.

Il 2018 si è chiuso con una crescita dell’1,9% in volumi. In pratica una decelerazione significativa rispetto al 2017, sia nella componente dei beni (1,6% da 5,6) sia in quella dei servizi (3,4% da 7,4).

Al tempo stesso l’Istat nelle sue ultime stime relative ai primi cinque mesi del 2019 segnala una crescita più sostenuta +4% che torna a vedere i mercati extraeuropei protagonisti rispetto a quelli europei.

Ma le differenze, tra territori e dimensioni di impresa, restano evidenti.

Il Mezzogiorno pesa solo per il 10,7% (era al 12% dieci anni fa) delle esportazioni nazionali, contro il 16,3% del Centro, il 32,9% del Nord-Est e il 40% del Nord-Ovest.

Divari analoghi si registrano se si mette in relazione l’export al Pil del territorio e, nonostante gli sforzi degli ultimi anni per modificare il quadro con il piano export Sud, il 70% degli operatori resta concentrato in sole cinque regioni: Lombardia, Veneto, Emilia- Romagna, Toscana e Piemonte.

Sono 15 i Paesi prioritari del nuovo piano per il made in Italy, dagli Usa alla Corea del Sud.

Il made in Italy e il rilancio dell’export in chiave anti-recessione, è diventato un tema chiave negli equilibri politici.

I Paesi “core” sono i cosiddetti mercati tradizionali, dove vanno consolidate le esportazioni, come Usa, Francia, Germania e Uk e dove i tassi di crescita saranno interessanti.

Dall’altra parte ci sono invece, i Paesi satellite, dalle grandissime potenzialità di crescita, come India, Cina, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Indonesia e anche Birmania.

Secondo i dati Istat, nel 2018, l’Italia ha esportato per oltre 462 miliardi di euro, in crescita del +3,1% rispetto all’anno precedente.

Oltre il 66% dell’export (in valore) è andato in Europa, il 14,1% in Asia, il 13,2% in America e il resto (il 2% circa) in Oceania.

La Lombardia è la regione che contribuisce di più al valore dell’export italiano. Seguono Emilia Romagna e Veneto, ciascuna, con il 13,7% e il Piemonte con il 10,3%. Molise e Calabria esportano, ciascuna, lo 0,1% del valore delle vendite estere.

La Camera di commercio internazionale (Icc) ha pubblicato l’edizione aggiornata degli Incoterms, con nuove definizioni dei costi e delle responsabilità incombenti su soggetti coinvolti in una transazione commerciale.

Gli Incoterms individuano in ogni transazione commerciale di vendita di beni le condizioni di consegna e la ripartizione della responsabilità tra venditore e acquirente.

Il venditore dovrà assistere l’acquirente nell’ottenimento di qualsiasi documento venga richiesto dal paese di esportazione o transito.

Restano fiscalmente, senza pretesa di esaustività, le problematiche relative all’ottenimento del visto uscire doganale, alla prova della cessione intra Ue, alla modalità di compilazione delle dichiarazioni doganali dei documenti accessori, all’identificazione dell’esportatore non stabilito nel territorio o,ancora, all’identificazione del titolare di eventuali autorizzazioni o licenze.

La mappa dei Rischi 2019 elaborata da Sace, ha messo in evidenza un quadro ben più articolato rispetto allo scorso anno.

Al fronte emergono turbolenze sui paesi emergenti ed un rallentamento dell’economia Usa. Le geografie più promettenti per le esportazioni italiane sono quelle con un profilo di rischio più elevato.

Brasile, India , Indonesia e Vietnam presentano un profilo di rischio medio-elevato. Si tratta di mercati emergenti destinati a ricoprire un ruolo crescente nel prossimo futuro, così come la Russia si conferma un mercato strategico con un profilo di rischio in miglioramento.

In termini di rischio opportunità, spiccano gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, la Colombia, la Repubblica Ceca e la Cina.

Gli Usa, invece, destinazione tradizionale del nostro export rimangono una meta ad elevato potenziale, anche se risentiranno dell’imminente rallentamento economico.

Peggiorate Turchia, Argentina e alcuni mercati nel Golfo. In India e Indonesia i rischi sono connessi al deprezzamento delle valute e alla pressione sulle riserve valutari.

Fra gli emergenti si segnalano i miglioramenti di Russia e Polonia.

Le incertezze politiche rendono tutto più difficile. Coface, nel suo rapporto presentato a Parigi, il 6 febbraio 2019, ha messo in luce un quadro non certo roseo per l’Europa, anche se il rallentamento sarà probabilmente modesto.

I fallimenti, che sono costantemente calati fino all’anno scorso, aumenteranno quest’anno in 20 paesi del Continente, ad un ritmo dell’1,2% per Eurolandia, che sale al 7% per l’Italia.

Preoccupanti le società zombie che sopravvivono solo grazie ai tassi bassi, che rappresentano il 4 -6% in Germania, Francia, Italia e Spagna.

In uno scenario globale pieno di insidie, dal post Brexit alle tensioni protezionistiche un problema notevole, per le aziende vocate all’internazionalizzazione, è il rischio Insolvenza.

Aumento internazionale delle insolvenze aziendali

Si prevede che il 2019 segnerà il primo anno di crescita dell’insolvenza dopo la crisi finanziaria globale.

In linea con l’allentamento della dinamica di crescita del PIL globale, le insolvenze dovrebbero aumentare dell’1%.

L’Europa occidentale sta guidando l’aumento dei fallimenti (+ 2%), con il Regno Unito e l’Italia che hanno vissuto le condizioni di business più difficili.

Prospettive più stabili per il Nord America (0%) e per l’Asia-Pacifico (+ 1%), entrambi soggetti a rischi al ribasso in gran parte derivanti dall’incertezza commerciale e da un ambiente esterno più difficile.

L’aumento dell’incertezza che circonda la politica commerciale e monetaria, in particolare, ha causato un peggioramento delle previsioni di insolvenza negli ultimi mesi del 2018.

Nel 2019, questa perdita di slancio è destinata a persistere. Con le previsioni dell’economia mondiale in crescita solo del 2,7% nel 2019

La previsione per l’economia dell’eurozona è peggiorata significativamente, in seguito ad una seconda metà del 2018 molto più debole di quanto previsto.

In particolare, la Germania, il motore dell’eurozona, ha deluso chiudendo il 2018 con alcuna crescita dopo un calo nel secondo trimestre. Inoltre, le tensioni politiche e sociali locali compromettono i livelli di crescita.

In generale, l’economia dell’eurozona lo scorso anno è aumentata del solo 1,8% rispetto al 2,5% riferito, invece, al 2017.

Questa tendenza continuerà nel primo trimestre e aumenterà in un contesto maggiormente incerto.

Di conseguenza, la crescita dell’1% in insolvenze previste nell’eurozona per il 2019, è il primo aumento su base annua dalla crisi del debito dei paesi dell’euro.

Riferendoci all’UE, in caso di mancato pagamento, ci sono diverse strade da seguire per poter far valere i propri diritti.

Come funziona il recupero crediti estero

Una prima fase è rappresentata dalla richiesta di emissione di un’Ingiunzione di Pagamento (EPO – European Payment Order). Per poter emettere tale Ingiunzione è necessario che, il debitore abbia la nazionalità oppure la sede nella unione Europea.

Ad esempio, se il debitore è Polacco (e la Polonia, dunque, fa parte dell’UE) allora si può chiedere l’emissione dell’ Ingiunzione di Pagamento. I tempi sono diversi a seconda del Paese ma in linea di principio in tutti e 28 paesi UE si può chiedere e si può emettere l’EPO.

Le fasi da seguire sono le seguenti:

1 – Nella fase stragiudiziale, Il recupero dei crediti all’estero e la messa in mora avviene dopo una complessa fase di ricerca delle informazioni (le c.d. Indagini) utili per valutare la solvibilità del debitore. Senza questa fase, diventa non solo difficile ma anche improbabile un approccio corretto al recupero.Una volta terminata questa prima fase di indagini, la pratica sarà pronta per essere attivata nei confronti del debitore insolvente.

Il “mandato” consiste nell’inviare una formale lettera al Debitore nella sua lingua originale. Passati i tempi di attesa menzionati sulla diffida (normalmente 15 giorni), il debitore viene contattato telefonicamente per verificare i motivi ostativi al mancato pagamento.

Il contatto telefonico costituisce sempre un primo tentativo di recupero dei crediti insoluti, ed aiuta il legale a raccogliere una serie di informazioni ed impressioni che saranno utili per espletare le fasi successive.

2 – Se la prima fase non risulta essere risolutiva, prima di procedere con la fase giudiziale si tenta un approccio diretto visitando la controparte.

Nel caso in cui neppure l’incontro con il debitore dia risultati si procedera con la fase giudiziale. Con questa fase, il recupero crediti entra più nel concreto. I  nostri collaborati legali, aventi giurisdizione nello stato dove deve essere riscosso il credito, inizieranno la causa secondo le modalità e le regole vigenti nello stato dove si recupera il credito.

Se il debitore continua a non pagare anche in questa fase, allora si procede con l’esecuzione vera e propria, giungendo sino al pignoramento di tutti i beni in capo al debitore ovvero tutti i beni necessari per soddisfare le esigenze del creditore.

Diversa è la situazione – ad esempio – se il debitore è di nazionalità Svizzera. Quest’ultima si trova sì in Europa ma non ha aderito all’Unione europea perciò l’ingiunzione di pagamento, in questo caso, non si applica. Dunque, per un recuperare un credito in Svizzera bisogna conoscerne a fondo le leggi per valutare se è meglio procedere con la via giudiziale oppure stragiudiziale.

Lo stesso vale per i Balcani Occidentali (Albania, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo e la Repubblica di Macedonia).

Non porre in essere atti interruttivi della prescrizione, confidando su incontri e solleciti informali, può rendere problematica la deduzione della perdita sofferta verso clienti stranieri.

Ai sensi del comma 5 dell’articolo 101 del Tuir, gli elementi certi e precisi che qualificano le perdite su crediti scattano sia con la prescrizione del diritto, sia nelle ipotesi di cancellazione del credito dal bilancio in applicazione dei principi contabili, ipotesi tra cui ritroviamo la prescrizione del credito.

La perdita è certa mentre l’intento liberale è tutto da dimostrare.

Secondo la Cassazione non è necessario che il creditore fornisca la prova di essersi positivamente attivato per conseguire una dichiarazione giudiziale dell’insolvenza del debitore (sentenza 27296/2014).

Inoltre, se si richiedono gli atti interruttivi, la prescrizione rischia di non verificarsi mai.

E’ importante, quando si parla di recupero crediti esteri,  tener presente tre fattori fondamentali:

  • Contestualizzare ogni caso specifico per poter capire se si applica o meno l’EPO.
  • Valutare l’approccio tramite cui agire:  giudiziale stragiudiziale.
  • Analizzare il  rischio giudiziale del Paese in cui si deve agire (c.d. Judicial Country  Risk).

L’analisi della c.d. Judicial Country Risk permette di capire il grado di performance e di equità di un tribunale e consente, così, di ipotizzare le possibilità di successo o insuccesso di una causa legale in quel Paese.

Invenium, con un esperienza ventennale nel settore del recupero crediti e la sua massiccia presenza in 105 Paesi, è in grado di gestire situazioni conflittuali tra debitori e creditori esteri grazie alla sua fitta rete di collaboratori legali.

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