Smobilizzo crediti Pubblica amministrazione

Il circuito perverso del credito verso la Pubblica Amministrazione

Comuni in dissesto finanziario:

Sono quasi 800 i Comuni italiani che dal 1989 a fine 2017 sono stati interessati da rilevanti criticità finanziarie e hanno fatto ricorso all’istituto del dissesto oppure del riequilibrio finanziario pluriennale.

L’incidenza dei dissesti è molto più alta nel meridione: l’82% del totale delle procedure è relativo, infatti, ai comuni del Sud.

L’espandersi dei dissesti e dei pre-dissesti è stato fotografato da Cà Foscari sulla base dei dati più recenti resi disponibili dal ministro dell’Interno.

Non sono mai stati tanti come gli ultimi tre anni, fino al 2018: sono arrivati a circa trenta l’anno, in parte perché solo ora vengono al petto i nodi di situazioni precarie da tempo.

Casi in cui un Comune chiede l’assistenza dello Stato perché non può più pagare i creditori o non riesce a fornire i servizi essenziali.

C’è un numero ancora più grande (quasi 50 all’anno) di pre-dissesti , in cui un Comune ha molti parametri fuori linea ma cerca di evitare il commissariamento della chiamata al salvataggio.

I casi più gravi sono al Sud, ma non ne mancano al Centro-Nord:

  • In Sicilia o Calabria, quasi un terzo degli enti è in queste difficoltà, in Campania un quinto.
  • Reggio Calabria e Messina sono situazioni difficilissime da quasi dieci anni.
  • Napoli, nelle carte del suo pre-dissesto, viaggia con 2,5 milardi di rossi d’esercizio nel 2016.
  • In Lombardia spiccano i pre-dissesti di aree come Segrate, Sant’Angelo Lodigiano o Sesto San Giovanni, che conta quasi 80 mila abitanti è quasi più grande di tanti capoluoghi.

In tutto sono oltre mezzo migliaio su ottomila Comuni le situazioni critiche. Per un quarto si concentrano in Comuni sopra i centomila abitanti.

La manovra finanziaria 2020 dei Comuni riporta al centro del dibattito le proposte di modifica delle norme sul rispetto dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione e sulla gestione della Piattaforma elettronica per la certificazione dei crediti.

Attualmente la Piattaforma segnala un debito commerciale comunale di 24 miliardi di euro a fronte di comunicazioni da parte dei Comuni per un valore di 6 miliardi di euro.

Secondo le amministrazioni locali occorre alleggerire gli obblighi di accantonamento obbligatorio previsto dalla legge di bilancio 2019 se, oltre all’inadempienza sui tempi di pagamento, l’ente non ha chiesto alla Cassa depositi e prestiti l’anticipazione di liquidità a breve termine entro il 28 febbraio scorso.

La normativa attuale prevede l’obbligo di riduzione del debito commerciale residuo rilevato alla fine dell’esercizio precedente.

La misura non si applica solo se il debito scaduto non supera il 5% del totale delle fatture ricevute nell’esercizio.

L’ente deve inoltre dimostrare il rispetto dei tempi di pagamento, da calcolare sulle fatture ricevute e scadute nell’anno precedente.

Nel 2018 l’80% degli importi fatturati è stato regolarmente saldato, con tempi medi migliori rispetto agli anni passati.

Il dato preliminare fornito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze parla di 26,9 miliardi di euro di fatture residue scadute e non pagate su 148,6 miliardi di euro effettivamente liquidabili (ossia al netto della quota IVA e degli importi sospesi e non liquidabili) al 31 dicembre 2018. 

Le fatture pagate rappresentano invece un importo pari a 120,7 miliardi di euro, che corrisponde all’81% del totale.

La “buona notizia” è che queste 20 milioni di fatture che sono state pagate, sono state saldate mediamente un giorno prima rispetto alla scadenza. 

Tutte le pubbliche amministrazioni sono tenute a pagare le proprie fatture entro 30 giorni dalla data del loro ricevimento, ad eccezione degli enti del servizio sanitario nazionale, per i quali il termine massimo di pagamento è fissato in 60 giorni.

I tempi medi ponderati occorsi per saldare, in tutto o in parte, queste fatture sono pari a 46 giorni, a cui corrisponde un anticipo medio di 1 giorno sulla scadenza delle fatture stesse.

Come rimettere in moto il circuito del credito:

Finalmente viene accolto il ricorso proposto da una Società contro un’iscrizione a un ruolo relativo a sanzioni per oltre 2,5 milioni di euro per il ritardo nel versamento di imposte tramite F24.

Nel contestare il pagamento, la Società dimostrava la condizione di “crisi di liquidità” a causa degli ingenti e cronici ritardi dei pagamenti verso la Pubblica Amministrazione e la conseguente impossibilità a pagare puntualmente le imposte.

Questa circostanza è idonea a rappresentare una causa di forza maggiore e quindi atta ad escludere l’elemento dell’illecito amministrativo.

Se si pensa che lo scenario italiano è ben distante dagli ammonimenti della direttiva comunitaria del 2011, entrata in vigore nel 2013 che indica in 30 giorni il tempo massimo di pagamento delle fatture da parte della PA con un ritardo “accettato” di 60 solo in casi particolari e se si realizza che solo un Ente su 4 rispetta i tempi di pagamento e che il 55,4% della Pubblica Amministrazione sanitaria paga con grave ritardo, le Imprese come dovranno comportarsi con il Fisco? E quali strumenti potranno avere a propria disposizione per minimizzare i rischi di default?

La domanda viene girata al Dott. Claudio Mombelli, uno dei più qualificati conoscitori delle dinamiche del credito in Italia.

“Siamo in emergenza sul fronte dei crediti verso la PA. Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Sole 24 ore le sole fatture inevase dal Sistema sanitario ammontano a 4 miliardi di euro. Farmaceutica, Biomedicale e Forniture sanitarie sono i settori più colpiti ma a cascata anche il settore ICT, l’Energia ed il settore delle manutenzioni sono in affanno.

Nei confronti del Fisco è stato quindi dimostrato come il comportamento della Società sopra evidenziata non avesse come finalità l’elusione o l’evasione ma, in termini oggettivi fosse nell’impossibilità di adempiere con puntualità alle scadenze del pagamento delle Imposte.

Nell’accogliere il ricorso, la Pubblica Amministrazione ha, finalmente ed in termini concreti preso atto ed accettato uno stato di fatto ovvero la propria responsabilità nel danneggiare finanziariamente i propri fornitori”.

Dott. Mombelli, quali strumenti ha a disposizione l’Impresa per “rimettere in moto il circuito del credito”?

“Intanto la problematica suesposta impatta prevalentemente sulle Imprese medio-piccole. Con il consolidarsi della ripresa, la domanda di credito è destinata a salire. La difesa nella fattispecie faceva rilevare che, il tardivo versamento dell’F24 era dovuto non soltanto al ritardato pagamento da parte della PA ma anche alla difficoltà oggettiva di cedere i crediti che, spesso non sono graditi al sistema bancario”.

E quindi cosa si può fare?  

“Indubbiamente il circuito del credito si rimette in moto con la cessione del credito ma, rivolgendosi non più soltanto alla propria banca di riferimento come unica fonte di finanziamento ma ad operatori specializzati nella gestione dei crediti verso la Pubblica Amministrazione. Tali operatori specializzati sono in grado di valorizzare correttamente i crediti e soprattutto hanno un’esperienza di gestione correlata alle diverse asset class (crediti performing, non performing, in contenzioso) e al comportamento dei diversi debitori pubblici (Comuni, Province, Regioni, ed altri Enti locali;  Aziende Sanitarie, Enti Ministeriali e Governo Centrale).

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