I Consumi Interni faticano a riprendersi, le vendite estere continuano ad essere il motore trainante della crescita della moda maschile, ma sia in Italia che nei Mercati Emergenti elevati sono i rischi di Insolvenza

Come preannunciato dai dati diffusi da Pitti Immagine e Smi, il fatturato della moda maschile italiana (che include l’abbigliamento in tessuto, la maglieria esterna, la camiceria, le cravatte e l’abbigliamento in pelle) chiude l’anno 2016 in area positiva, con un valore che supera per la prima volta i 9 miliardi di euro, facendo registrare una crescita dell’1,2%.
Su questo dato influisce positivamente l’export come è sempre stato nelle ultime stagioni. Le vendite oltre confine sono aumentate del +2,4% per un valore di circa 5,8 miliardi di euro, mentre i consumi interni continuano a calare anche se in modo più contenuto rispetto agli anni precedenti, perdendo il 2,2%.

Guardando ai singoli micro-comparti, secondo Sistema Moda Italia, tengono il fatturato la confezione che registra un aumento del +2% e la maglieria con un +5% di crescita. Al contrario, perdono punti la camiceria maschile (-5,4%), il segmento delle cravatte (6,3%) ed infine la confezione in pelle (11%.)

Grazie a una buono sviluppo degli scambi con l’estero, la moda maschile italiana vede nel 2016 un nuovo miglioramento del saldo commerciale: pari a 1,8 miliardi di euro.
Con riferimento agli sbocchi commerciali secondo i dati Istat, è buona la performance dei mercati UE con una crescita del +4,8% mentre il comparto extra UE registra un +0,4%, il mercato europeo si conferma il primo acquirente con una quota del 53,6% sul totale dell’export dell’intero comparto, spinti dalle vendite in Germania, Regno Unito e Spagna. Considerando le principali piazze extra-europee: gli USA registrano una perdita dell’8,7 % rientrando così al quarto posto nel ranking degli sbocchi principali. Nelle vendite sui mercati del Fast East il maggior dinamismo si registra per l’export diretto verso Hong Kong con un più 14,9%, in crescita il Giappone con +12,5% seguono Corea del Sud e Cina con rispettivamente +8,2 e +5,3, mentre la Russia si mostra in recupero dopo gli ultimi anni con un +3,8%.

Le esportazioni hanno così raggiunto un peso record sul fatturato di circa il 64,4%.

Le due principali problematiche che influiscono maggiormente su uesto settore sono rappresentate da: la contrazione del Made in Italy, in uanto la produzione fatta in Italia vale la metà dei ricavi complessivi, e dalla discesa dei consumi interni che non accennano a migliorare.

Per quanto riguarda invece il mercato interno, gli acquisti di moda maschile da parte delle famiglie italiane continua a perdere terreno. “L’Italia rappresenta uno dei mercati più difficili che ci sia, primo nel mondo per assorbimento di moda, molto esigente e in cui sono possibili solo piccoli spostamenti di quote” secondo Raffaele Caldarelli presidente dell’Essebi spa.

Tra le strategie di molti brand della moda maschile quella più focale è rappresentata dallo sviluppo internazionale grazie ad un potenziamento della rete di vendita, attraverso l’aumento della presenza territoriale con l’apertura di nuovi monomarca o corner all’interno delle più importanti catene distributive, oltre che ad investimenti nell’e-commerce, nel multicanale e nella diversificazione dell’offerta di prodotto.

È appunto nell’export che l’industria italiana trova uno sbocco sostanziale. Ciò nonostante le difficoltà dei fattori ancora in gioco che derivano sia dai recenti accadimenti globali quali le condizioni della Brexit, la politica economica di Trump, le elezioni in Germania ecc, sia dalla spinosa questione legata alla gestione degli incassi nei mercati UE ed EXTRA-UE.

Per quanto concerne il recupero dei crediti nei mercati UE, grazie anche alla possibilità di emettere ricorsi per decreti ingiuntivi europei (i c.d. EPO: european payment order) la gestione appare più normalizzata e veloce nella risoluzione

I maggiori rischi di mancato pagamento sono soprattutto evidenti nei cosiddetti mercati emergenti o in Paesi, i cui sistemi giudiziali, sono poco “evoluti”. Nella prima categoria si trovano Paesi come il Brasile, il Venezuela ed il Messico (per il sud America) ma anche la Russia, India e la Cina per non parlare della Corea e di tutta l’Area del sud est asiatico. Nella seconda categoria rientrano l’Egitto e tutti i Paesi del Maghreb, gli Emirati Arabi Uniti, e generalmente tutti i Paesi del centro Africa.

In base alla nostra ventennale esperienza e, ad una recente rilevazione ISTAT, i rischi di default più consistenti si trovano proprio nei mercati emergenti dove si sono accumulate oltre 103 miliardi di euro di transazioni realizzate con dilazioni nel 2016.

A causa delle difficoltà economiche a livello globale il tema del recupero crediti internazionale è divenuto cruciale. Per un’Azienda esportatrice, tentare di recuperare un credito in un Paese extra Ue, senza un interlocutore legale in loco rappresenta un’impresa altamente complessa. È quindi opportuno avvalersi di un operatore professionale, con una presenza capillare a livello internazionale e soprattutto con un track record di successi dimostrabile meglio se, nel medesimo settore.

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